Mistica dell'Incompiuto Siciliano



Da quando, ormai diversi anni fa, è partito il progetto del collettivo Alterazioni Video, molti e differenti soggetti si sono giustamente interessati a Incompiuto Siciliano: tv, carta stampata, internet, gallerie, istituzioni, biennali, convegni di architettura. Interesse più che giustificato, perché chiunque si sia trovato di fronte ad uno dei tanti aborti edilizi disseminati per la nostra penisola può testimoniare lo sconcerto che si prova davanti al trionfo kafkiano della burocrazia; quando ad esempio una famiglia si ritrova con un cavalcavia che termina in sala da pranzo o "si tenta" di costruire una piscina olimpionica nel paesino siciliano di Giarre. Forse è innata o è propria dei nostri tempi, in ogni caso molta dell’attenzione dei media è riconducibile a questa indignazione nei confronti dell’irrazionalità, dello spreco, dell’interesse clientelare. Ma la vena populista, un po’ Striscia, un po’ Iene, è solo una delle suggestioni che traiamo da Incompiuto, e nemmeno la più importante.
La fortuna del progetto e del dibattito che ne è derivato si radica in alcuni spunti di facile lettura, come l’ironia del parallelo barocco-incompiuto o del parco archeologico. Ironia che va di pari passo con l’ambiguità, fra denuncia e celebrazione, della decadenza amministrativa italiana (e paraddossalmente il MIBAC ha sostenuto il progetto...).
Ancora a livello superficiale, interessa il modus operandi, ovvero il networking. Gli artisti vivono immersi nel villaggio globale, utilizzando tutti i media a disposizione per propagandare contenuti fra il sovversivo e il surreale. Il piglio aziendalista che sorregge il marketing dell’idea è in linea con le tendenze contemporanee più significative e forse si può considerare come declinazione della discussa estetica relazionale.



Ma, come spesso accade, l’attenzione generale è tutta rivolta al dito che indica la luna. L’operazione Incompiuto siciliano è pregevole per altri importanti motivi, alcuni dei quali vanno forse oltre le intenzioni degli stessi autori. Siamo costretti a revisionare le nostre categorie estetiche, costretti a vedere il bello dove prima vedevamo solo macerie. Costretti ad interrogarci sui reali autori di questa operazione artistica (Alterazioni?Oppure i vari, progettisti ed amministratori “incompiuti”? I critici e gli architetti che ne hanno fatto un caso?). Se siamo qui ad interrogarci sullo statuto di oggetti che da un momento all’altro diventano arte è perché la tradizione dei readymade duchampiani e dei détournements situazionisti ha trovato degni epigoni. Qui si mette in discussione il confine fra chi realizza un’opera, chi concepisce l’idea, chi documenta, chi legittima il tutto attraverso la fruizione e lo studio. Insomma, si vola alto, si discute la natura stessa dell’arte.
In ambito ecclesiastico (ma anche giuridico) si utilizza la suggestiva formula “corpus mysticum” per designare la comunità morale che condivide una fede o una legge. In campo estetico il corpus mysticum quindi è definito dall’accettazione di uno stile e di una certa idea di bellezza. Ebbene, bizzarro e stimolante il corpus mysticum contemporaneo, che accoglie festoso, a tutti i livelli, un’opera(zione) come Incompiuto siciliano, e la legittima come arte. Confini aperti, contaminazioni fra linguaggi, un’opera costituita dal suo stesso marketing. Difficile e forse inutile cercare di individuarne il senso storico. Ciò che resta è la provocazione intellettuale, e con essa il fascino, scalcinato ma vitale, del genio italico.


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