«6.4311 - La morte non è evento della vita. La morte non si vive».
L. Wittgenstein
Zoran Music è vissuto nel tempo in cui le essenze sono sbiadite e la ruvida, opaca dimensione del linguaggio ha preso il sopravvento sulla dimensione dell'umano. Una corrente dominante, seppure non esclusiva, della cultura novecentesca ha preteso di dissolvere l'espressione e la singolarità dell'esistenza in favore di un utopico metalinguaggio, un'interpretazione infinita dei codici che si risolve nella vertigine dell'archivio borgesiano, dell'enciclopedia e del sapere estensivo che annulla le differenze. Qui, secondo Foucault, restano solo le preoccupazioni dei filologi e dei formalisti, in un luogo impersonale dove l'arte non è che gioco linguistico, variazione infinita di sintassi. La scomposizione e ricomposizione del mondo sensibile è il programma di ricerca dell' impressionismo e del cubismo, la riduzione ad elementi primari e moduli accomuna l'astrazione e l'arte minimal; e Music non è del tutto estraneo a questa temperie.
Pittore di memorie, dolori, legami, solitudini e sentimenti secondo le apparenze più superficiali, fin dagli esordi esprime una preoccupazione di tipo linguistico. I temi si impongono all'artista in virtù di una sensibilità sottile e di uno sguardo acuto che trapassano la memoria, ne scorgono i nuclei essenziali e la funzione individuante: «Ritrovando il paesaggio della mia infanzia, mi sono ritrovato io stesso. (...) Ma mi mancava l'essenziale, perché se avevo trovato il tema, ero ancora lontano dall'aver trovato un mio linguaggio per esprimerlo». Music torna spesso su questa metamorfosi della terra in esistenza e sull'alchimia dell'arte che sublima il tempo e la materia: