Utopie e distopie russe

Memoria, spiritualismo, etica e politica. Ma anche formalismo e sperimentazione. Almeno a partire dalla stagione del grande romanzo ottocentesco la Russia ha prodotto personalità artistiche di prim'ordine, in grado di sublimare le tensioni etiche, sociali e culturali in forme superbe e immortali. Le fantasie più sfrenate di pittori e romanzieri, infatti, nella prospettiva dei russi, vanno sempre di pari passo con le risposte ad urgenze concrete, ai grandi sconvolgimenti della storia come ai turbamenti più profondi della coscienza individuale. Radicalmente site specific, eppure universali, Dostoevskij e Tatlin, Cechov e Kandinskij hanno indagato il destino dell'umanità senza perderne di vista l'origine, il contesto, il punto di partenza. Queste caratteristiche, unite al furore rivoluzionario che ha segnato il '900 russo, hanno impostato il rapporto fra tradizione ed innovazione in maniera differente rispetto all'occidente pragmatico e capitalista. Ecco perché, ad oggi, gli artisti russi risultano meno coinvolti nell'impasse post-modernista delle citazioni e della goliardia. A queste preferiscono la memoria e l'ironia, in funzione del binomio utopia-distopia. Prendiamo ad esempio le progettazioni "assolute" di Ilya Kabakov: assolute perché hanno il loro senso non nella realizzazione di oggetti ma nella dimensione astratta dello studio, negli intenti didattici, dimostrativi e metaforici. Il progetto come essenza dell'uomo, l'utopia come proiezione e slancio vitale, perfettamente riassunti nell'installazione metafisica intitolata Manas e presentata alla Biennale di Venezia del 2007.



Specialisti in distopie, invece, i membri del collettivo AES+F: artisti attivi nel campo dei tactical media, utilizzano le tecniche più avanzate della comunicazione liquida per aprire scorci sul futuro della civiltà. In Islamic Project (1996-2003) immaginano un mondo dominato dalla cultura araba, in cui l'occidente obbedisce ai precetti coranici e adatta i propri simboli all'immaginario islamico. La distopia opposta è al centro dell'installazione video The feast of Trimalchio (2009), incarnazione della cattiva coscienza del primo mondo: nell'atmosfera glamour e plastificata di un'isola avveniristica va in scena la dialettica servo-padrone, fra opulenza e schiavitù.



L'utopia costruttivista, nell'opera di Dimitri Gutov, si inserisce in una più ampia prospettiva di armonia universale: così alle meschinità del potere e della politica Gutov risponde con Mozart e Rembrandt, con la Natura e la purezza, bruta ed assoluta, degli oggetti. La sua è una pratica artistica totale, non perché utilizza ogni tecnica a disposizione, ma perché si interroga sul ruolo dell'umanità che progetta se stessa, a partire dal nulla, dal rumore di fondo della storia e degli interessi materiali, immaginando un futuro spiritualmente armonico.

1 commento:

  1. interessante articolo Davide, condivido la tua visione. Sempre puntuale e analitico, complimenti.

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