Deus vult! (parte 2 di 2)

di Francesco Sala



Tra il 1904 ed il 1905, pubblicando a puntate il saggio Die protestantische Ethik und der Geist der Kapitalismus, Max Weber riflette sull'origine storica del capitalismo, sulla sua formulazione squisitamente occidentale, riconducibile “a quella mentalità economica […] che assume il profitto come uno scopo degno di venir perseguito di per sé, prescindendo da qualsiasi condizione edonistica o utilitaristica, e che fa quindi del suo perseguimento una massima etica.
Una riflessione che nasce dall'analisi di dati inconfutabili desunti dal contesto offerto dalla Germania, riferiti al “carattere prevalentemente protestante del possesso di capitale e del ceto imprenditoriale” correlati alle differenze di scolarizzazione tra giovani protestanti e giovani cattolici. Per cui Weber disegna un circolo virtuoso - o vizioso: dipende dai punti di vista - in base al quale i primi, perché prodotto di una élite economica e quindi culturale possono accedere ad una formazione migliore e pertanto essere più competitivi una volta inseriti nel mondo del lavoro. Una riflessione che non tocca esclusivamente le posizioni imprenditoriali o dirigenziali, ma si spinge fino a quelle che Weber definiva le “élites operaie più colte”, ovvero le maestranze altamente specializzate. In sostanza, a parità di condizioni - a proposito Weber insiste nella sua tesi sull'irrilevanza di distinzioni etniche tra tedeschi “autentici”, polacchi e altre minoranze - i protestanti raggiungono maggiori risultati sotto il profilo professionale.  
Weber trova conferma alla propria tesi misurandosi direttamente con la vorticosa società statunitense di inizio XX secolo: nel corso del suo soggiorno a St. Louis (1904) ha l'opportunità di perfezionare l'analisi osservando il dinamismo imprenditoriale, puramente capitalista, di quanti appartengono alla miriade di sette e confessioni religiose, più o meno dirette filiazioni del protestantesimo, che affollano il ricco ed eterogeneo palcoscenico sociale americano.
La conclusione è immediata: lo spirito capitalistico non può che essere l'evoluzione dell'etica protestante così come essa si è manifestata nel calvinismo, dove l'incentivo al lavoro era finalizzato non a “procacciarsi la salvezza, ma per assicurarsi di essa. Che se poi la fatica era compensata dalla prosperità, si poteva vedere in ciò una prova ulteriore della benevolenza divina8”. Il capitalista non nasce quindi dall'esperienza del mercante medioevale; né, come invece riteneva Sombart, dall'attività finanziaria storicamente condotta dagli ebrei: ma “nel Calvinismo, intento a cercare nel “mondo”, cioè nell'attività economica, il presagio del destino dell'aldilà”.
L'atto di nascita dello spirito del capitalismo, a questo punto, viene siglato nel momento in cui con il passare del tempo, fatalmente, si stempera l'afflato “mistico” di cui è carica la nuova religione; ovvero quando si perde progressivamente di vista la connessione con “l'eterno”, razionalizzando il rapporto con il miraggio della salvezza ultraterrena: a questo punto“la ricerca del profitto perderà la giustificazione religiosa che aveva nel Protestantesimo ascetico per trasformarsi in uno scopo autonomo, fornito di un valore intrinseco”.
Possiamo oggi sostenere che esista un legame tra lo spirito del capitalismo, così come teorizzato oltre cento anni fa da Weber e la predisposizione da parte di una determinata società al fundraising? 
La maturità, da parte di una persona fisica o un soggetto d'impresa, per scegliere di sostenere economicamente programmi di cui beneficia l'intera comunità è un prodotto del capitalismo. Sposiamo la tesi di Weber secondo cui la determinazione di un percorso di fede individuale ha, con la Riforma, gettato le basi dell'individualismo che caratterizza lo spirito capitalistico. La mutata responsabilità di “sé verso se stessi” - pur con tutte le contraddizioni proprie del luteranesimo - significa ipso facto un cambiamento della responsabilità di “sé verso gli altri”, una rilettura più consapevole del ruolo dell'uomo all'interno della società, e del rapporto del singolo nei confronti del concetto stesso di proprietà. Per cui, seguendo il filo tracciato da Weber, possiamo pensare che in una società dove l'adesione alla Riforma ha creato le condizioni per giungere a forme mature di capitalismo si sia parallelamente prodotta una considerazione tale del concetto di proprietà per cui il bene pubblico, proprio perché patrimonio della collettività, è percepito dall'individuo, in primo luogo, come patrimonio personale, degno di ogni cura ed attenzione. Di contro, in riferimento ad una morale che - è il caso di quella cattolica - nell'imperscrutabilità del volere divino accetta implicitamente una parziale limitazione al proprio libero arbitrio, possiamo riconoscere l'atteggiamento diametralmente opposto, per cui il bene pubblico, proprio perché della collettività, è responsabilità di un soggetto “altro” (lo Stato?) e non dell'individuo. A suffragio di questa teoria cediamo ad una provocazione letteraria e guardiamo alla rilevanza culturale che un testo come I promessi sposi ha avuto nella formazione di generazioni di italiani. Guardiamo alla peste, la “scopa” che spazza via insieme a Don Rodrigo, che certo merita una punizione, anche il pio Cristoforo; pensiamo alla “morale” di Renzo e alla replica di Lucia, con l'amara conclusione per cui “ i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili ad una vita migliore”.
In un paese come il nostro dove il 97,67% della popolazione è battezzata secondo il rito cattolico e l'87,8% si dichiara credente cattolico non si è sviluppata una forma di partecipazione individuale al benessere della collettività pari a quella dei paesi protestanti: questo in senso lato, uscendo quindi dal tema del fundraising ed affrontando ambiti tra i più disparati, dalla tutela del patrimonio fino ai più scottanti temi di libertà individuale. 
Ecco allora tutta l'amara verità di quella vecchia freddura profondamente british. Secondo la quale se in una casa protestante si brucia una lampadina qualcuno subito corre a sostituirla. E torna la luce. Mentre in una casa cattolica ci si stringe sotto il lampadario spento piagnucolando: “Mio Dio, perché proprio a me?”. E si resta al buio.

8 commenti:

  1. pasquale siniscalco1 giugno 2011 11:28

    Su una cosa non concordo, da un punto di vista teologico nel cattolicesimo c'è molto più libero arbitrio che (in molte forme del) protestantesimo. Il tema della salvezza per grazia divina, e non per le opere svolte, che nasce dalla predicazione di Paolo, è caratteristica tipica del protestantesimo.

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  2. certo, Weber ne era ben consapevole e infatti dice che nella prosperità laboriosa c'è "solo" il presagio della salvezza.
    Al di là di questo la teologia cattolica resta contradditoria perché il libero arbitrio è incompatibile con gli attributi divini dell'onnipotenza e dell'onniscienza.

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  3. pasquale siniscalco1 giugno 2011 16:38

    beh, ogni teologia è contraddittoria! (fortunatamente....)

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  4. il vecchio proverbio british sà di luogo comune, non nego che in questo articolo ci sia qualche briciolo di verità...ma se avessimo una macchina del tempo potrei portarvi nella cattolicissima Palermo dei primi del novecento...dove l'Art Noveau ed il Modern Style trionfavano, per non parlare del bandierone del '400 Italiano o dei Futuristi, stiamo parlando pur sempre di un Italia cattolicissima, poi c'è da dire che gli USA registrarono un boom ininterrotto fino all’ottobre 1929, l'eroina Lady Rockfeller fù si una pioniera ma non certo una sprovveduta, lo stallo degli ultimi anni in Italia credo sia dovuto ad un fatto di scarsa educazione e diffusione dell'arte contemporanea..se il contemporaneo si studiasse bene a scuola, ed nei salotti borghesi tornasse il dibattito culturale diffuso di una volta...probabilmente la cultura contemporanea italiania ne gioverebbe...il problema della cultura religiosa mi pare irrilevante.

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  5. Contribuisco al blog del mio amico Davide:


    Se è vero che la società determina il singolo, è altrettanto vero che il singolo determina la società.
    L'analisi proposta nell'articolo è di natura sociologica, vi troviamo un approccio velatamente deterministico e vicino ad una filosofia della storia, secondo il quale, al manifestarsi delle forme dello spirito nel tempo (leggi protestantesimo e calvinismo), la determinazione sociale (l'insieme dei singoli) si riorganizza e prende forma di conseguenza. Questo è vero secondo una visione macroscopica, presupponendo che dall'alto la forma sociale determini la natura del singolo, la singolarità del singolo (dato il calvinismo si dà poi il calvinista).
    Ma, come detto, è pure vero il contrario, che la singolarità è primaria rispetto allo spirito collettivo.
    A testimonianza di questo primato inverso, di questa altra visone, sta proprio l'apparato giuridico delle nostre società, dove il concetto di rintracciabilità e imputabilità del singolo è possibile a partire dalla presupposta esistenza, unicità, irriducibilità e non negabilità della coscienza e volontà singola, dove questa coscienza, proprio per essere punita o premiata, deve darsi come slegata, assoluta, esistente e indipendente dallo spirto collettivo.
    Ecco, dalla prima visione, quella sociologica, deriva che, in relazione al problema dell'usufruizione e della comprensione del contemporaneo, è una società intera a non essere pronta, ad essere incapace di comprendere la contemporaneità (come in parte sostenuto nell'articolo). Secondo la sociologia, non essendo pronto lo spirito della società, non è pronto neppure il singolo. Questo schema è lo stesso schema che ha visto Elena di Troia giustificata e assolta da Gorgia, nel famoso encomio, in vritù del fatto che non fu Elena di sua volontà a tradire Menelao, ma tradì perchè rapita da Eros, "trasportata e annullata nella sua imputabilità da forze misteriose".
    La seconda chiave invece, quella "individualista o esistenzialista", permette una imputabilità del singolo rispetto alla questione della mancata o meno comprensione del contemporaneo. Non è la società allora a non comprendere, ma un numero N molto elevato di singoli che di fatto non comprende lo spirto e la ragione dell'arte contemporanea. E ogni singolo andrebbe giudicato e additato per la propria ignoranza.

    La mia provocazione rispetto a questo articolo è proprio questa, che in Italia si continua a depotenziare il concetto di imputabilità del singolo, riconducendo le cause dei malfunzionamenti e dei trionfi non al singolo stesso, ma a forze "superiori o oscure" quali il calvinismo o il protestantesimo nel caso particolare.
    Questa forma di approccio all'analisi (sociologica), tra l'altro, ripropone proprio quello spirito-schema cattolico che fa riferimento a forze altre, che nell'articolo viene messo in luce e contrapposto allo spirito singolare del protestantesimo.


    In conclusione, per la serie sì, la società è ignorante, ma quando io mi trovo di fronte un ignorante do dell'ignorante alla persona che ho davanti, gli dico vatti ad informare, non dico che la società è ignorante.
    Che poi, tra l'altro è proprio l'arte contemporanea che oggi insegna, a chi la comprende, che in arte si dice sempre io e mai noi.

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  6. @Vincenzo: l'articolo e la freddura british si basano su di un concetto teologico ben specifico, ovvero la Provvidenza, in opposizione all'iniziativa individuale prerogativa del mondo anglosassone. Il tutto in funzione di una cultura civica perlopiù sconosciuta dalle nostre parti. L'esempio che porti, oltre ad essere episodico, mi pare possa rientrare nella casistica del prestigio nobiliare e non nell'investimento in beni comuni sul piano culturale. Comunque le committenze ecclesiastiche che hanno fatto la storia dell'arte hanno radici diverse: la finalità didascalico-morale, oppure la competizione con banchieri fiorentini, repubbliche marinare e più avanti i protestanti durante la controriforma.

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  7. @Leeza: il tuo discorso è interessante e fila ma non tiene in considerazione ad esempio la tecnica. Da quel punto di vista è innegabile che i mutamenti vadano analizzati su ampia scala e non sul singolo (il protestantesimo ad esempio, veicolato dall'invenzione della stampa). Non dico che il medium è il messaggio, per carità, ma in tv a parlare di arte (?) ci va solo Sgarbi o la nicchia Daverio.

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  8. Flavio Arensi4 giugno 2011 12:09

    Sul l'importanza di Paolo nel mondo protestante consiglio di leggere karl barth. spettacolare

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