Horror vacui. Alessandro Mendini al FestArch di Abitare



Il design di Alessandro Mendini si basa solo apparentemente su di uno spirito ludico e decorativo. Poter visionare in sequenza gran parte dei suoi lavori storici consente di valutarne i motivi di fondo, le fonti, le influenze, le riflessioni che hanno generato uno stile citazionista ma autentico e personale. Mendini appare timido e poco incline ad esplicitare questi aspetti del suo lavoro: inizialmente si limita ad accostare le immagini secondo affinità linguistiche peraltro ovvie da riscontrare. Così si parla del padre putativo, Fortunato Depero, del mosaico, di Malevic. Il discorso si fa più interessante quando fra i riferimenti spunta la ieraticità mai puramente decorativa dell'arte egizia, o quando accanto ai dioscuri De Chirico e Savinio compare Aligi Sassu. Qui forse emerge un primo punto: ciò che sta a cuore a Mendini non è forse l'inesauribile esplorazione delle forme ma soprattutto lo spirito arcaico e primitivista, la naturalezza con cui la forma si impone al di là delle esigenze puramente compositive. Prima sorpresa, dunque: un Mendini naturalista a cui presto si affianca un Mendini psichista ed esplicito nel rivendicare il primato della figurazione e dell'espressività rispetto all'ottusità del materiale e della tecnologia. Singolare per un designer ma del resto già la celebre poltrona Proust mostrava l'esigenza del racconto e della memoria, ovvero il primato del mentale sul materiale. 



L'horror vacui trova quindi il suo fondamento nella dimensione mentale più che nell'occupazione dello spazio, è una ricerca di significati e trova il suo correlato nell'animismo che investe tutti gli oggetti. Mendini porta l'attenzione sugli studi-caverna di celebri artisti (Bacon, Stella, McCarty) per sottolineare la stratificazione come principio della creatività. Allo stesso modo le collezioni di arte primitiva nello studio di Freud avevano una funzione ben specifica: la suggestione del molteplice e degli oggetti (l'animismo, appunto) schiude le stratificazioni psichiche del paziente. Oggetti e culture quindi svolgono funzioni complementari nella definizione dell'individuo, nelle sue scelte etiche ed estetiche. Il rapporto dell'individuo con l'oggetto è però sempre intimo, ai confini con il morboso. Il lavoro del designer sarà così quello di distribuire questa intimità dell'oggetto su più livelli e su più soggetti, contribuendo a costruire una complessità di relazioni che, partendo dall'uso e dalla funzionalità, si proietta sulla dimensione mentale degli individui. Ecco perché i volti, gli antropomorfismi, i giochi compositivi mostrano il lato tragico della commedia dell'arte, l'arte che per sua natura rimane scissa fra l'etica, i significati, la psiche da un lato e la decorazione, la piacevolezza, la tecnica dall'altro.

Nessun commento:

Posta un commento