Da Christian Marclay ad Alberto Grifi. La qualità del tempo

Giudizio unanime: il Leone d'oro come miglior artista, assegnato al 56enne americano Christian Marclay, è meritatissimo. La giuria si è espressa, The Clock è "indubbiamente un capolavoro"; il pubblico entusiasta applaude e si emoziona di fronte a questo video che parla del tempo e che il tempo esaurisce fino all'ultimo istante - dura infatti 24 ore - in un gioco di specchi vertiginoso. Ogni attimo di tempo "reale" vissuto dallo spettatore si riflette nel frammento cinematografico; istante per istante si diventa contemporanei di volti celebri ed anonimi, in bianco e nero o a colori, frammenti di narrazione collegati da campanili, meridiane, pendoli, cipolle ed orologi in ogni foggia e dimensione.  



Marclay, artista virtuoso e raffinatissimo, ha creato un mosaico perfetto che si sovrappone alla presunta realtà del tempo mostrandone al contrario la natura soggettiva, convenzionale e rappresentativa. Già Douglas Gordon aveva dilatato Hitchcock in 24 Hour Psycho: un altro capolavoro destabilizzante che, come The Clock o i video sperimentali di Warhol, ha utilizzato il cinema per mostrare il tempo dal punto di vista del tempo, la quantità pura dell'istante. Un effetto di astrazione simile al campo di coscienza aperto da Joyce e da Bergson; ma è il cinema, in quanto macchina dei sogni e macchina del tempo, a recare con sé l'effetto di realtà che determina lo straniamento, perché attraverso le immagini innesca le memorie e cioè la qualità del tempo. Un Leone d'oro, dunque, ricco di preziosità formali e suggestioni, un'esperienza percettiva e mentale ma oltre tutto è occasione di riscoperta dell'opera di Alberto Grifi, fra i primi a decostruire il linguaggio cinematografico mezzo secolo fa anticipando di decenni la poetica del sample e della post-produzione. 




Sperimentatore inesausto di tecniche di montaggio ed editing, ingegnoso inventore di macchinari e proiettori fra pellicola e digitale, soprattutto osservatore dei meccanismi narrativi ed iconici del cinema. Attraverso montaggi audiovisivi incrociati che oggi ci sono familiari grazie al figlio putativo Blob di Rai3, Grifi realizzò in collaborazione con Gianfranco Baruchello nel 1964 un caposaldo del cinema sperimentale italiano, suscitando l'entusiasmo di gente come Man Ray, John Cage e Max Ernst. La Verifica Incerta, smontando la narrazione e l'iconicità di Hollywood, demistificò i caratteri, gli stereotipi, i significati impliciti di un cinema ideologico e di un immaginario totalitario fatto di western e melò.



Le opere di Grifi oscillano fra il registro socio-politico e l'analisi linguistica, pizzicando talvolta corde di vibrante lirismo esistenziale. E' il caso di Anna (1972/74), storico documentario in presa diretta incentrato sulla vita di una giovanissima tossicodipendente in gravidanza. Qui. il cortocircuito fra arte e vita deflagrò in modo inatteso. Il canovaccio del documentario implose, le maestranze si ribellarono al "laboratorio" costruito intorno ad Anna, fino a quando non accadde l'inaspettato: l'elettricista Vincenzo entrò in campo durante le riprese per dichiarare il proprio amore alla ragazza, spezzando la cattività della finzione filmica e proclamando la superiorità della vita sull'arte. Anna venne così seguita nella sua quotidianità, nella realtà dei suoi rapporti e delle sue miserie umane, tra l'altro con l'uso della prima videocamera portatile arrivata in Italia.
Alberto Grifi è figura fondamentale da riscoprire, anche alla luce di questo Leone d'oro e più in generale delle sperimentazioni video dell'arte più recente. Alberto Grifi però è morto nel 2007 in condizioni di grave indigenza, praticamente dimenticato da tutti. Una vergogna per la cultura italiana, un destino che grida vendetta e che attende un adeguato riconoscimento istituzionale. Perché la memoria è la qualità del tempo..

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