Carol Rama. E' già qualcosa (1 di 2)

Saggio tratto da F. Arensi (a cura di), G. Di Pietrantonio, Carol Rama. Self-portrait, Allemandi, Torino 2008


Carol Rama ha due occhi enormi. Me ne sono accorto sprofondandoci dentro. In un «Autoritratto» del 2003  quattro raggi dorati scaturiscono dalla sua testa, come una santa d’altri tempi, come grandi corna di un cervo regale, e lo sguardo apre sul mondo.
Esistono pupille colme d’infinito, quasi il confine della realtà sbiadisse fra i margini del mistero, dove risulta difficile penetrare se non con la fede, per chi ne è dotato; eppure alcuni artisti intravedono un barlume di verità, e nella sua difficile traduzione in linguaggio corrente, offrono a chi vuol ascoltarli un attimo di lucida coscienza. Oggi, a oltre mezzo secolo dai primi lavori censurati, l’opera di Carol Rama stupisce per aver precorso approdi recenti, mantenendo di continuo la capacità del dialogo con la propria epoca, evitando gli eccessi ideologici o le forzature in cui sono incespicati altri autori. Addirittura la provocazione di alcuni soggetti, terminato lo scandalo, dimostra i propositi autentici, la sottile, costante, generosa esaltazione dell’uomo. Dipingere per lei ha significato rappresentarsi e rappresentare tutta l’esistenza di tutti gli esseri senzienti, soprattutto donarsi, che non è mai scontato o facile, ancorché rischioso: comunque una celebrazione della vita. Ecco, vita: dal concepimento alla morte frammezza un ampio spazio, entro cui intercala l’inciampo dei nostri quotidiani esercizi, detto da qualcuno biografia che, pur nella straordinaria tragedia di certi fatti, mi pare un dono da benedire e sperimentare. Persistono pur sempre le sfumature dolci, le carezze ai rimpianti remoti fra le righe dei diari privati, l’ombra sottile al tramonto degli eventi maggiori, dove la debolezza depone le armi senza remora d’orgoglio, come i moribondi sospesi nelle case di Benares, ritte sul Gange. In Carol Rama il senso di questa biografia assume l’estremo gesto di un ritratto, un atto d’amore per chi gli sta innanzi, un modo per dire ti amo. Tanto più forte deve essere stato il suo sgomento di fronte agli eventi, quanto più alta la necessità di amare, di riconnettere insieme le parti spezzate di una vicenda unica e appunto auto-biografica, come a dire che il totale è maggiore della somma delle parti.

                                                      Foto di Pierantonio Tanzola

L’unicità di Carol Rama è soltanto e sempre stata Carol Rama, la cui opera assomma però tanti piccoli frammenti del suo personale diario, autoritratto di una donna che ha intercettato paure, ansie, sconfitte di tanti compagni di avventura, per farne a volte satira, altre invece portarle in trionfo. Quindi, le innumerevoli persone che hanno riempito gli spazi stanchi fra le ore, o quelli che hanno meritato una cura più premurosa, sono i pretesti migliori per raccontarsi, e mettersi in gioco; il caso dei bricolage ispirati alla poesia di Sanguineti dimostrano l’importanza dell’incontro e della presenza altrui per completare il proprio alfabeto poetico però anche esistenziale; ma sono gli sconosciuti, le facce anonime della città o degli ospedali a esprimere nei suoi lavori i romitaggi dell’animo, e soprattutto più che la fisionomia o la veridicità somatica conta l’elaborazione mnemonica dell’episodio condiviso, la sua digestione. In tutti i lavori indugiano come reliquie piccine le vestigia della sua giovinezza, le piccole cronache familiari di una bambina mai uscita dal sogno; d’altronde quella sua treccia bionda annodata alla fronte ricorda una specie di altalena per le memorie, e per sorvolare il dedalo delle assenze. Ecco, le assenze, stagliano accanto alle presenze e fanno pesare i loro oblii… perché mentre ciò che è reale muta, invecchia, degrada, passa, il distacco motiva solo il desiderio. I desideri sono per Carol Rama elementi vitali e vitalizzanti, che sarebbe limitativo ascrivere alla sfera del sesso, fuori da un contesto maggiore, dove i serpenti di Dorina, o le lingue rosse dei maschi eccitati, identificano la purezza ingenua degli istinti primordiali e biologici; tuttavia, è il piacere della condivisione e della sua eco lontana, a tenere almeno deste, attente, le creature. Sono seduzioni: sedurre significa conquistare una meta - per altro felice, e non esiste corpo nudo o disegno privo di godimento, di forza d’animo, di fascino. La sessualità di Carol Rama è un cantico dei cantici in cui gli amanti sono chiamati a sognare anziché fare, e spesso sembra che le istigazioni nascondano invece grandi pudori sensibili (per cui la meccanica genitale sottenda sempre una ragione affettiva). Questo affetto per gli altri è la vera chiave di lettura delle sue costanti rammemorazioni; ovunque, ricorrono gli accenni alle persone importanti, i loro utensili professionali, probabilmente anche gli odori. Il puzzo dei reparti ospedalieri, i rumori dei corridoi manicomiali, le protesi della nonna, o i piedi legnosi del padre, sono paragrafi di una lunga lettera scritta e indirizzata alle proprie nostalgie, ma con una delicatezza – anche quando forzatamente oscena – che impressiona. (continua)

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