Carol Rama. E' già qualcosa (2 di 2)




Carol Rama oltrepassa il comune senso del pudore, sconfessa le norme educative, tuttavia mantiene un rigoroso rispetto dell’individuo, che significa raffigurarne altresì la fragilità, le abiezioni imbarazzanti, evitando il compiacimento di esporre il mostro.
Invece, colloca i personaggi all’interno di una commedia dell’assurdo in cui ciascuno confessa le proprie follie fino a spogliarsi dei costumi e delle maschere (auto)imposte, per tornare a essere quello che fu e sempre sarà, se stesso. Se talvolta recitiamo come attori condannati al palcoscenico, incarnando le storie di altri, e in altri cercando la nostra, in Carol Rama si avverte la consapevolezza – presto o tardi – qualcuno o qualcosa abbasserà il sipario prima ancora del nostro commiato; eppure ognuno dei saltimbanchi da teatro mantiene una dignità essenziale, e anche quando ridicolo, non vi è da parte dell’artista nessuna derisione. Al contrario, ella dimostra di accettare giorno dopo giorno il disegno destinale cui siamo sottoposti, dettando, niente affatto passivamente, il ritmo del suo sviluppo. All’interno di questo viaggio privato, Carol Rama ha cercato di comprendersi, leggendo la propria realtà nella costellazione esperienziale delle persone al suo fianco. Come avrebbe potuto celarle, mantenere segreto il suo amore? Non esiste opera che non sia una deliberato annuncio di questo suo atteggiamento. Le rane, per esempio, simboleggiano la sua piena disponibilità verso l’altro, siccome non possono offrire più di una pelle fredda, ma chiedono tepore. La batracofilia di Carol Rama è un inno alla gratuità dei sentimenti slegati da qualsiasi norma morale o civile, perché in fondo ella propone un’arte senza morale e socialità, in quel territorio che battono le persone di sentimento, e meno di ragione, dove la solitudine risulta il mezzo opportuno per ri-trovare ogni singolo uomo. Sta nella ferita collegiale, nel percepire il baratro sotto i piedi, il presupposto della compassione di Carol Rama, che avvampa per assaporare l’amore in ogni suo minuscola dose, e magari rimanendone delusa, reitera comunque il ricordo per prolungarne la delizia dei momenti preziosi. Tutto dipende dalla provvisorietà, dal fatto di non poter contare su alcuna certezza, se non quella del nostro transito, indirizzato per sorte al capolinea. Ma nel frattempo nessuno vieta di esperire quotidianamente l’offerta della vita, celebrandone i riti e le magie, scoprendone i tanti arcani. Le leggi stesse della natura ubbidiscono alle esigenze dell’amore, si piegano alle necessità affettive, le sostengono, e nulla compete al caso; in alcuni disegni le planimetrie architettoniche stagliano dietro le figure, come un ordine sotteso su cui muovono le nostre esistenze, quel che conta però è sempre decidere di esistere. La grande lezione di Caro Rama rimane tuttavia la scelta della libertà, con tutte le conseguenze che ne possono derivare e ferire. Questa mostra s’intitola Self-portrait, autoritratto, perché prova a delineare – forse delimitare – questa libertà conquistata, lasciando alle sue proiezioni il dovere del racconto. 



Basterebbe ciò per far tacere qualsiasi proposito di scrittura aggiuntiva, perché una vita intera non si riassume in pochi paragrafi scritti da un estraneo. Tuttavia, l’intensità di Carol Rama deriva proprio dal rischio dell’incontro con i differenti aspetti della realtà, e questo omaggio espositivo nasce da una visita, da qualche lampo di conoscenza e intuizione dell’Altro. Qualche mese addietro Carol Rama mi riceveva con alcuni amici. Stava nella stanza da letto, comoda sulla poltrona che è un trono leggero, come un monaca nel chiuso del convento da cui allunga le dita per sfiorare il mondo senza l’audacia di possederlo, se non col cuore; già basterebbe per dirsi appagati. Avanzava ragionamenti sicuri, furbeschi, di allegra ironia, scanditi in resoconti di tempi senza urgenza di date precise, ma di ricordi, attimi e qualche incanto sfuocato. Gli occhi larghi con scintille di pace infinita; ha commosso la sua posa serena: attenta come non volesse disturbare o muoversi da orbite quiete, poi d’un tratto un moto da attrice accorta, e subito ancora la pace. Accompagnava le poche parole, come le ultime di Pound (prima di un silenzio evasivo dei rumori esterni - perché i battiti della coscienza potessero farsi sentire - o soltanto per fatica di recitare lo stesso brogliaccio), con riposi gioiosi, quindi un nuovo asserto, e un sorriso compiaciuto. Appena entrato nella stanza, guardandomi chiedeva: «e tu cosa fai?». «Scrivo, rispondo. Organizzo mostre». Neanche il tempo di un fiato: «è già qualcosa!», e tornava a interrogare di sguardi. «È già qualcosa… Speriamo», soffiavo nell’aria non molto convinto; stringendo le mani calde di Carol Rama.  

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