Tomaso Buzzi. Il sogno alla fine dell'architettura

di Davide W. Pairone


Luogo impervio e secolare ricettacolo di energie, il monte di Giove deve il suo nome alla pietra lavica che lo compone. Tufo e basalto infatti posseggono una caratteristica singolare: quando il magma si solidifica registra la struttura del campo magnetico e si sincronizza sulla polarità esistente in quel momento. Le zone vulcaniche recano nella loro stessa struttura la "memoria" del campo magnetico; bussole e telecomunicazioni risultano disturbati e, durante i temporali, le saette si accaniscono sul monte suggerendo agli antichi la presenza di Zeus. Qui, nel 1218, la tradizione colloca un episodio fondante del francescanesimo allorché il santo fece scaturire una fonte da una rosa. Qui, 740 anni dopo, prende forma il sogno alchemico di Tomaso Buzzi.



Architetto della nobiltà e dell'alta borghesia italiana del '900, Buzzi sviluppò lungo tutto l'arco della sua vita l'ideale di una città/giardino/santuario ispirato ad un barocco post-moderno in cui far confluire i motivi esoterici di un percorso iniziatico. All'interno del giardino tre porte conducono a tre dimensioni differenti dell'umano. Gloria Mundi, ovvero l'effimero, l'oggettualità esteriore del mondano. Gloria Dei, la via del sacro esteriore che conduce al convento francescano ed alle sue regole di vita. Infine, la via che conduce all'interiorità assoluta attraverso le tappe simboliche della catabasi ("discesa agli inferi") e dell'apocatastasi ("ritorno all'origine"). Il percorso si snoda lungo l'anfiteatro naturale adagiato sul Montegiove, dominato dall'alto dalla città metafisica in forma di vascello su cui ripercorrere la seconda navigazione platonica (o del Polifilo di Francesco Colonna) che porta al mondo delle idee e della perfezione. La città è un delirante proliferare di simboli impossibili da decifrare o anche solo da enumerare. Troppi i riferimenti ad una tradizione millenaria che sovrappone il tempio di Vesta, le carceri di Piranesi, frammenti del Colosseo, del Partenone, della torre di Babele e di infinite altre strutture. 

Curiosamente però l'effetto non è di affollamento ma al contrario di rarefazione, di mirabile equilibrio di pieni e vuoti e di dialogo con gli spazi modellati dalla natura anziché dall'uomo. Ma non è solo questione di ambiente e respiro: la folla di mostri, specchi, capricci e simboli anziché soffocare consentono al visitatore di aprire uno spazio mentale, una fessura che nella quotidianità rischia di scomparire ma che in questo luogo magico acquisisce una potenza inaudita. Passare attraverso le fauci della biblica balena di Giona, percorrere colonnati e scale escheriane, perdersi nella torre della meditazione solitaria in una prospettiva deformata che echeggia De Chirico, specchiarsi nell'occhio mistico sognato dai sapienti: lo scopo di questo labirinto è archetipico, smarrirsi per poi ritrovarsi. Rinunciare all'orientamento esteriore, ai segni della cultura e della memoria per tracciare la linea di un nuovo equilibrio fra anima e universo secondo la regola della sezione aurea. 


Salire la scala delle sette ottave per pensare la materia in termini di armonia e musica, scoprire che noi stessi non siamo fatti d'altro che di musica, non è fantasia new age di uno sciamano cialtrone. La Scarzuola di Tomaso Buzzi non è un parco a tema. E' visione utopica e testamento spirituale, è la forza titanica della creatività che implode e si moltiplica, è l'erudizione che non trova pace nella storia e dunque si mette a cercare le segrete corrispondenze baudelairiane fra natura e spirito. La fessura diviene così iper-spazio, concretizzazione di un sogno che è lo stesso inseguito dai surrealisti (Buzzi era amico di Dalì) in cui il tempo tende a zero e la fine coincide con l'origine. Qui le ambizioni umane restano come macerie nella forma dei mostri di Bomarzo voluti dai Corsini, trascendono poi nel motivo simbolico ricorrente delle api (animali in grado di costruire la città perfetta poiché hanno rinunciato alla coscienza individuale realizzando l'intelletto collettivo di Aristotele, Averroé e Jung) e infine nella prua del vascello, la Grande Madre orientata verso la luce dell'est dove si compie la purificazione dell'anima.


Attorno ad un cipresso nell'anfiteatro Buzzi fece costruire una cinta muraria circolare costellata di fregi e simboli in rame, in tal modo amplificando il peculiare campo magnetico della zona. Come previsto, nel 1970 un fulmine incenerì il cipresso il cui scheletro rappresenta il punto più alto di elevazione spirituale: l'uomo, privo di vestiti ed oggetti, che si staglia sul creato per assolvere alla sua funzione più propria, di tramite fra il cielo e la terra. La vuota esteriorità che lascia il posto alla pienezza essenziale, alla tensione umana verso il divino.

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