Zoran Music. Da Bisanzio a Dachau (2 di 2)


(continua)
Realizzare il manylion della morte, crearne un'immagine che sia icona ed essenza. Difficile immaginare compito più arduo per un artista; pochi nella storia, fra questi Goya, hanno scrutato nel fondo dell'abisso anziché fermarsi all'emblema, alla catarsi del tradizionale memento mori.
Jean Gremier distingue due modi di rappresentare la morte: da un lato l'effige, la figura in continuità con la vita che ha lo scopo di commemorare e che trattiene al di qua della morte un frammento sensibile del defunto.  Una "morte per la vita", una forma di razionalizzazione che sta agli antipodi del "fatto di morire": destino ultimo che nessun uomo sperimenta mai giacché quando sopraggiunge la morte noi non siamo più. La morte nella sua attualità è un concetto limite e il mito, la fiaba, la religione e oggi la cultura pop tramandano l'orrore più assoluto e primigenio nella forma del morto vivente, la cui comparsa segna la fine dei tempi. Eppure anche l'anestetizzato immaginario contemporaneo, saturo com'è di documenti e finzioni riguardanti la Fine, impallidisce di fronte all'intensa poetica della sparizione dell'artista sloveno.
   Music attende molti anni prima di resuscitare i morti di Dachau, forse perché, come già per i paesaggi-origine, deve trovare un linguaggio adeguato: «Mi dirigo verso il deserto e la sua spogliatezza. Tendo a ridurmi all'essenziale». L'icona, il manylion è indefinito e dettagliato allo stesso tempo - le ossa scricchiolano e la carne avvizzisce in pochi tratti definitivi-  poiché deve assolvere alla funzione-limite, deve coincidere con la paradossale presenza della morte. Uno stesso approcio per i due estremi, il paesaggio-origine e la morte-destino, dei quali Music ci restituisce non i connotati ed i dati sensibili ma lo spirito, l'atmosfera, la dimensione.
   Ma Music attende molti anni prima di resuscitare i morti di Dachau anche perché deve colmare una distanza, quello spazio per lo più retorico che confina l'Olocausto nelle categorie mistiche dell'indicibile e dell'impensabile. Eppure proprio laddove la ragione e la capacità di comprendere si arrestano occorre insistere per dare un volto alla raggelante estraneità della soluzione finale e rilevare l'antropologia dello sterminio. Music ristabilisce una figura possibile, dopo che le SS hanno inteso distruggere non solo la vita ma «la forma stessa dell'umano e con essa la sua immagine».


   L'artista si trova dinanzi ad una doppia resistenza: l'assoluta estraneità della morte e la distruzione di ogni antropologia, e dal dominio di questa doppia negazione tenta di strappare lembi di possibilità umana prima che svanisca del tutto. Ma strappare immagini all'inimmaginabile significa concepire e realizzare rappresentazioni-limite, soglie che non riguardano forme individuate nella puntualità dell'hic et nunc ma rivelano una dimensione che contiene e supera tutte le figure, l'àpeiron perièchion. Osservare le strazianti figure del Music "tornato" a Dachau significa passare dal visibile dell'arte all'invisibile della morte, significa interrogare "la più vuota delle immagini" non per trovare i residui della vita ma per affacciarsi sull'abisso del nulla assoluto che dimora nelle orbite dei cadaveri - Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - lo sguardo che si riflette e sprofonda nella possibilità ultima dell'umano.
   Per manifestare la verità della terra, per scorgerne la luce interna che la sostanzia, Music si era arrestato sulla soglia che accomuna lo scavo della memoria e la scarnificazione del linguaggio. Con la serie Noi non siamo gli ultimi si pone l'obiettivo sovrumano di manifestare la verità della morte e di Dachau e per assolvere a tale compito si impadronisce di un'altra soglia: quella fra volto e maschera. Osservare un volto, secondo Levinas, è fare esperienza dell' Altro, dello Straniero che possiede determinati caratteri (unicità, espressività, nudità) che trascendono la significazione esteriore. Il volto ha senso in sé, afferma la propria esistenza in quanto Altro umano ed è a partire dal volto che risulta possibile fondare un'etica prima ancora che un'antropologia. La maschera al contrario è qualcosa che ha una certa somiglianza col volto ma che dentro è vuoto sia nel senso materiale e fisico sia quanto a sostanza antropologica. E' la larva, il guscio, ciò che nella Cabbala e nella teosofia è designato come klippoth: la traccia priva di sostanza lasciata dal morto.


   I morti viventi tracciati da Music sono volto e maschera, sono la tremenda simmetria sospesa come spada di Damocle sopra l'etica e l'antropologia post-Olocausto. Essi non valgono come documento o come simulacro, non sono cioè riducibili a feticci dello storico o a strumenti della catarsi. Sono allo stesso tempo dentro e fuori il campo storico, dentro e fuori l'esperienza individuale. Sismografie differite della coscienza collettiva, abitano uno spazio archetipico spoglio e disumano come il Carso e le pianure dalmate. Uno spazio desertico di confine che l'uomo in quanto tale, prima e dopo l'Olocausto, è chiamato ad attraversare per trovare la propria dimensione essenziale.

Davide W. Pairone

Saggio in Zoran Music. Se questo è un uomo, a cura di F. Arensi, Legnano 2011
catalogo Allemandi, Torino 2011

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