Muse dal sottosuolo. Naives, bruts e outsiders

di Davide W. Pairone
articolo pubblicato su La Forma 08


La Musa degli ultimi, che un tempo suggeriva opere e linguaggi inauditi corrodendo accademie e norme estetiche, oggi è la baldracca multiforme dei più.

 La cultura occidentale ha scavato dentro se stessa, per fare luce nei suoi angoli più nascosti e per fare emergere dalle pieghe della propria pelle chi vi si nascondeva: i malati, i reietti, i cultori segreti dell'arte e della follia chiamata ispirazione. Di fronte allo spettacolo della reclusione e dell'igiene mentale-sociale, i sacerdoti del sapere si sono interrogati a lungo: esisterà, si chiedevano, una forma di purezza nello sguardo dei folli, un segreto affondare nelle regioni più oscure e primigenie della psiche tale da manifestare un'arte più vera che bella? Il resto è storia. La lenta, inesorabile emersione dell'arte outsider nel corso del '900 non è che un'interminabile seduta di analisi collettiva, la scoperta dei naives e dei "bruti" vale come autocoscienza del rimosso. Risultato: gran parte dell'arte moderna e contamporanea proviene più dalle cliniche rehab, dai manicomi e dai penitenziari che dalle scuole d'arte, un processo di rovesciamento che alimenta il mito dell'artista saturnino, disadattato ed eccentrico per natura. Così la reclusione sociale, l'allontanamento dal corpo della comunità, corrisponde ad una celebrazione inclusiva a posteriori che normalizza e rende innocuo qualsiasi spunto eversivo. Gli alambicchi della critica soppesano qui e là, distinguono, interpretano e piegano in base alle esigenze minute: de Sade e Van Gogh, per citare gli esempi più clamorosi, vengono museificati, tramandati e come fossili perdono energia vitale. La strategia culturale che oggi celebra i margini tossici e maledetti del Discorso non fa che iniettare anticorpi nella società e proponendoli come possibili modelli di successo li svuota di ogni connotato radicale, di ogni spontanea originarietà. Il paradosso di uno scaffale alla Feltrinelli dedicato ai libri censurati nelle epoche più diverse è il segno di una cattiva coscienza, riflesso automatico ed ipocrita che nulla aggiunge e nulla toglie. L'underground come target di comunicazione e categoria merceologica, le nicchie e la coda lunga del mercato globale che non lasciano zone d'ombra, cultura che espone tutta la sua flatness sotto le luci al neon del non-autentico.


Uno scrittore dei margini (ma non marginale) come Maurice Blanchot metteva in guardia gli storici della cultura precisando che la comunicazione è il regno dell'inautentico e che un'opera è tanto più vicina alla sua origine ed alla sua ispirazione quanto più essa si sottrae al giorno, all'esposizione ed all'immissione nei circuiti di diffusione e ricezione. Quando ci si illude di "capire" un'opera essa muore, perde la sua funzione originaria di enigma e messa in discussione dei codici ed entra in un regime di vita artificiale, un accanimento terapeutico che culmina nella citazione vuota, autoreferenziale ed erudita, tipica del postmoderno. Un esempio vale più di ogni argomento: l'avanguardia, col suo complesso edipico irrisolto, è esattamente il tentativo di slegare il linguaggio artistico dai codici e dalle convenzioni; la via più volte imboccata seguendo questo proposito è la mimesi col linguaggio psicotico e demenziale, tanto nelle arti visive quanto nella musica o nella letteratura.


Già Dostoevskij nelle Memorie dal sottosuolo faceva coincidere psicosi e saggezza in una prosa sbriciolata e corrosa dal suo stesso eccesso di virtuosismo e autocoscienza, il lamento vibrante del saggio che vorrebbe essere vuoto e felice come lo stolto. Oppure pensiamo a come interpretare questa frase di Beckett, tratta da Malone muore:

Ho giusto il tempo, se ho fatto bene i miei calcoli, e se li ho fatti male tanto meglio, non chiedo di meglio, d'altronde non ho fatto alcun calcolo, e non chiedo proprio nulla.

Una provocatoria rappresentazione della demenza, per la borghesia da épater nel 1951. Un geniale ossimoro che contesta il linguaggio stesso, per l'avanguardista entusiasta. Per noi vale come un esercizio di stile di cui compiacersi con un mezzo sorriso, abituati come siamo ad ogni metalinguaggio, ad ogni provocazione. I meccanismi sociali, che tanto abilmente integrano la radicalità della follia, altrettanto comodamente rendono innocua l'avanguardia e la contestazione dell'esistente. Ed è subito pop. Oggi, come sempre, non abbiamo quindi bisogno di fare pace con la nostra coscienza e reintegrare gli esclusi per celebrarne le presunte differenze ormai digerite e rese innocue. Non abbiamo bisogno di altri artisti folli, sono ovunque e fanno arte perfettamente integrata; ma avvertiamo, oggi, col fondo originario delle nostre coscienze anestetizzate, l'esigenza (o la nostalgia) di un'arte folle e inaudita come mai si è mostrata all'umanità, un'altra e più vera Musa dal sottosuolo.

3 commenti:

  1. Eccellente, soprattutto nella seconda parte, la prima un poco faticosa. La chiusa permette davvero un incipit di tutto rispetto per un saggio ben più corposo sull'arte del momento (primo decennio terzo millennio) che non deve più nulla (per fortuna o sfortuna?) alle masse da educare o da sottomettere. Bisogna solo "emergere" con tutte le accezioni metaforiche che questo significa.
    C'è di che fare, Davide, sarebbe un'impresa bellissima. Ma cerca - secondo me - maggior pulizia di esposizione nelle premesse perché le conclusioni, invece, sono chiarissime, almeno a me. Forse avevi molto da dire e volevi dirlo tutto e subito? Un saluto. Cristiana

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  2. in realtà è un tentativo di scrittura più rapsodica e meno sistematica, non una tesi argomentata ma impressioni fugaci e di getto su di un tema che mi è stato proposto. Mi riesce però difficile slegarmi dalla struttura tesi-argomentazione-conclusione da cui la natura ibrida che rilevi. Il fardello di Cartesio! Comunque sì, alcuni di questi semi andrebbero coltivati

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    1. E' sempre molto buona la tua scrittura il cui stile credo dipenda anche dal medium (dalla committenza). Ogni frase merita approfondimento, ma anch'io riconosco a Cartesio che la semplicità e l'acutezza della logica è cosa cui non si rinuncia facilmente (soprattutto se tu ci abitui così "male" per tanto tempo). Per me è meglio non dissociarsene troppo, pena la difficoltà di raggiungere tutti con il senso che vorremmo. Però è vero che questo è un inizio e sono curiosa di vedere dove stai andando.
      Sono reduce (e scottata) da un aureo libretto di Gregotti sull'architettura di Cézanne che bisognerebbe mettere al bando per come è scritto. Ora capisco (dell'Architetto) molte cose! Meno di Cézanne...
      Ma forse sono io l'ignorante.

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