Lois Anvidalfarei. Conditio Humana

di Matthias Boeckl


Quale genere di arte figurativa è in grado, oggi, di eccitare, turbare o toccare gli animi? Le sculture di Anvidalfarei rispondono a questa domanda con assoluta immediatezza: si tratta di figure umane singolarmente “altre”, talvolta molto più voluminose rispetto alla realtà, spesso con arti mancanti o di forma bizzarra. A volte sono singole parti del corpo che per il loro fascino irresistibile l’artista tratta in modo “esclusivo”, creando ad esempio figure “con una sola gamba”, le cui membra sembrano essere state frazionate e riposizionate per poi essere ricomposte in forma di colonne a se stanti che si offrono alla vista come pars pro toto


Questi aspetti evidenziano chiaramente un tema caro all’artista: il problema ancestrale della scultura, ossia il suo rapporto con la forza di gravità. Le statue sono tradizionalmente fatte di pietra, legno o metallo – tutti materiali molto pesanti. Del resto, per ragionare in termini puramente materialistici, la produzione di un oggetto che richiede tanto tempo e denaro fa necessariamente cadere la scelta su un materiale resistente, se gli si vuole assicurare una certa durata. Ma c’è di più. Tutti noi percepiamo chiaramente la “gravità terrena” del nostro corpo e in generale dell’esistenza umana – a volte in modo piacevole, spesso come un peso (di nuovo un termine che si riferisce alla forza di gravità). Simili giochi di parole, che hanno a che fare con la gravità, potrebbero continuare all’infinito, il che dimostra quanto profondamente questo tema incida sulla nostra esistenza. E quando simili figure “pesanti” vengono fatte fluttuare, e corpi tanto voluminosi vengono inclinati in avanti o all’indietro fino ad assumere una posizione orizzontale, o procedono in punta di piedi, o galleggiano nell’aria, questo innesca in noi una sorta di eccitazione che negli amanti dell’arte si trasforma rapidamente in entusiasmo, suscitando al contrario l’inquietudine e talvolta persino il rigetto degli insicuri. Salvo eccezioni, naturalmente.
Anvidalfarei, tuttavia, si spinge ben oltre. La sua evoluzione artistica – dai semplici torsi eseguiti all’epoca dell’accademia d’arte, inconfondibilmente legati all’eredità di Fritz Wotruba, fino alle opere più recenti, con cui cerca di creare un nuovo tipo di figura – è decisamente impressionante. Si potrebbe parlare di una radicalizzazione permanente che inizia con le figure classiche e arriva alla gigantesca testa – di due metri d’altezza – con le mani accostate al volto.


Che cosa significhi tutto questo appare chiaro solo prendendo in considerazione i disegni dello scultore. Anvidalfarei è un disegnatore maniacale di nudi. Il disegno, praticato possibilmente tutti i giorni, ha per lui la stessa importanza che le laudi del mattino, di mezzogiorno e del vespro hanno per un monaco. Anvidalfarei è seguace di un’immaginaria religione del corpo che è anche profondamente cristiana nella sua idea di incarnazione. Disegnare nudi è per lui un’attività estremamente complessa, un duro lavoro. Perché non sono i consueti esercizi accademici del ritrarre la figura seduta o in piedi a interessarlo. Il suo è un lavoro ossessivo sulla visuale dal basso, uno studio sugli strati profondi e stranianti che possono essere costruiti con il corpo umano. Non è la consueta visione orizzontale dell’osservatore indifferente ad affascinarlo, ma lo sguardo indagatore, meravigliato, di un artista che posiziona i suoi modelli distesi al livello degli occhi e li osserva dai piedi sotto varie angolazioni. Così, uno dopo l’altro, prendono forma sulla carta la coscia, il torace, la testa; una convessità oscura l’altra e, quando si aggiungono i movimenti del braccio, la struttura spaziale si complica ancora di più. Nascono così affascinanti e improbabili studi anatomici che sconfinano nell’astrazione nel momento in cui diventa impossibile coglierne la logica costruttiva, e tutto quel che si riesce a percepire sono linee e ombre. Questa esplorazione del miracolo umano emana una forza elementare che ricorda Michelangelo, il primo a provocare tanta eccitazione con i suoi studi di figura così estremi. Ed è interessante constatare come questa eccitazione (interiore) si scateni ancora oggi quando ci si imbatte in questa sorta di accademia del disegno di nudo. È praticamente impossibile trovare in tutta Europa un artista che, come Anvidalfarei, arrivi a simili vertiginose altezze con la sicurezza di un sonnambulo.


Ma torniamo alla “carriera” di Anvidalfarei scultore. Come ogni altro grande artista anche lui, dopo i primi successi, si è trovato a dover affrontare altrettanti dissensi. A Bolzano l’installazione di una sua scultura in un luogo pubblico prescelto è stata vietata a causa delle proteste di gruppi religiosi. A Bezau, nel Vorarlberg austriaco, un crocifisso è stato rimosso dal sito originale. A Innsbruck, in Tirolo, davanti alla Basilica di Wilten, la corda che teneva sospese le tre figure di Ecce Homo è stata recisa da vandali durante la notte.
Qual è dunque l’elemento che infiamma il dibattito sull’arte di Anvidalfarei? La risposta è ovvia: l’ossessione dell’artista per la corporeità, con tutte le sue implicazioni; il suo evidente gusto per i volumi e le superfici del corpo che il pubblico avverte a livello inconscio e che rimanda a una dimensione ignota e minacciosa, celata dietro e al di sotto della nostra quotidiana realtà desensualizzata. Anvidalfarei non è affatto troppo astratto o troppo poco realistico, accusa che di solito gli ambienti tradizionalisti muovono agli artisti oggettuali contemporanei. No, Anvidalfarei è esattamente il contrario: troppo autentico, troppo intenso, troppo vivo per non rimanerne colpiti. Il suo messaggio sensuale parla a tutti, in modo diretto, inevitabile, pienamente presente nel qui e ora. Ed è proprio questo il nucleo di tanti conflitti artistici: la vera arte preoccupa perché ha un effetto perturbante sul nostro mondo esperienziale sintetico e non vincolante; perché rimanda a qualcosa di nascosto e sotterraneo che, se coltivato in maniera voluttuosa, potrebbe far vacillare la quiescenza a cui la società ci obbliga.


Anche sul progetto più grandioso ed esaltante che Anvidalfarei ha concepito finora le opinioni sono discordi. Per la cappella barocca del Landhaus tirolese a Innsbruck ha progettato quattro figure che sono state collocate nelle nicchie della parte inferiore e superiore della facciata. La singolarità dell’intervento non sta tanto nell’aver inserito su una facciata barocca statue di un’epoca diversa, ma nella radicale interpretazione da parte dell’artista di un altro tema ancestrale della scultura classica: il rapporto tra figura e parete. Le sue figure non si limitano a stare nelle rispettive nicchie, ma sporgono; una di esse, vista di spalle, si protende addirittura al di fuori della facciata. Ancora una volta le reazioni oscillano tra la fascinazione incredula da un lato e il rifiuto dettato dall’insicurezza dall’altro. Eppure, difficilmente l’osservatore riesce a dire che cosa esattamente susciti in lui eccitazione o confusione. Anvidalfarei ci offre qui una straordinaria innovazione tipologica dell’antico modello della statua inserita in una nicchia, tanto più sorprendente in quanto, soprattutto in questo mestiere, innovazioni di questo genere si verificano raramente.


Tratto dal catalogo Skira pubblicato in occasione della mostra
Lois Anvidalfarei. Conditio Humana
Dal 26 ottobre al 30 novembre 2013
La Pelanda, Centro di Produzione Culturale, Ex-Mattatoio Testaccio
Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma

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