Carlo Dell'Amico. Liberata dal Caos

di Antonella Pesola


Un viaggio attraverso l’oscurità che rivela il suo fulgore segreto, attraverso i bagliori d'oro che trafiggono la tenebra, dallo splendore notturno del legno della croce annerito dal fuoco umano a quella luce indescrivibile. Dell’Amico lavora sulla trasformazione di una materia che, con un’antica immagine alchemica, parte dall’ oscurità per raggiungere un metaforico sole nero, dove i contrari della notte e delle tenebre si uniscono simbolicamente e dove la pesantezza del mondo si sublima in una leggerezza fondata sul rigore, perseveranza in quella volontà che altro non è che desiderare la liberazione dell’uomo.  L’artista, con la sua possente metamorfosi che distilla maestosità e leggerezza, lavora in un dialogo con la potenza generativa degli elementi, il suolo che si spalanca come una grande ferita generata da oscure forze telluriche, il vento che scuote le acque e la terra mostrando l’energia segreta e inarrestabile condensata nell’equilibrio che conquista e rinnova lo spazio. Dell’Amico nella visione cosmogonica e originaria vive un universo parallelo di forme ambigue che si muovono come costellazioni ignote; le geometrie si intrecciano come filamenti di DNA e in una pulsazione assoluta di luce cerulea. 



Nello spazio del museo archeologico si è coinvolti  in un percorso sensoriale e percettivo elaborato secondo una ridefinizione semantica, attraverso opere che conservano un sapore classico e al contempo si inseriscono nel dibattito sull’arte e sull’uso della tecnologia, in forma poietica. Centrale nella ricerca dell’artista è l’esemplificazione di un’energia spirituale, che può scaturire dalla combinazione di elementi materiali ed immateriali. Gli ambienti da lui ricreati, con gabbie d’acciaio e box in plexiglass, contenenti elementi naturali disposti secondo una matrice generatrice di equilibri,  sono circondati da un’aura di spiritualità ipnotica quanto disorientante. Emerge l’essenza magica delle forme primarie, tutte immerse nelle variazioni della monocromia delle luci azzurre fluorescenti. Dell’Amico distribuisce i neon blu come segni preordinati (le due V opposte), che alludono al senso del superiore e dell’inferiore, triangoli ascendenti e discendenti, generanti altri simboli. L’X è il numero compiuto dell’opera, segno dell’unità, delle due nature, della doppia quintaessenza. La forza di questo segno è “scrittura della luce con la luce” , con essa si manifesta il suo movimento e si carica la sua realtà.
Volto alla ricerca di un dialogo con l’Assoluto, l’artista perviene ad una nuova percezione dello spazio, di complessa definizione: non più l’arte come somiglianza, ma come volontà – o come tentativo – di cogliere e fissare l’immagine dell’irrappresentabile. Lontano dalle categorie mimetiche del reale, Dell’Amico  introduce la simulazione del non-definito, una visionarietà che esprime in ogni ambito esistenziale e artistico. Insito nel suo percorso ideativo lo sconfinamento della valenza oggettiva dell’opera verso la qualità ambientale, poiché quanto deve essere “accolto” e reso significativo è il senso dello spazio che nasce dalla sua introduzione fisica.


Nelle singole stanze, l’opera disseminata è al contempo un unico grande “dipinto”. I reperti vegetali nel suo lavoro, suggeriscono il ritorno a ritroso verso una “riconciliazione” sparsa nella storia del pensiero umano che i reperti -in questo caso archeologici- lasciano intravedere e sono “pretesti” per immaginarci dentro la storia. L’artista si appropria di questi “scarti” pervenendo da un desiderio, da un progetto, sottratti dall’uomo dal luogo d’origine nelle forme più disparate e accolti come orfani della natura. La bidimensionalità emergente restituisce immagini che trasmettono un pensiero attraverso il ricomporsi delle “scene” allestite teatralmente in cui l’artista resta pittore, dove il pensiero precede il fare come formula primaria della trasformazione sostanziale del mondo delle forme. La sua opera restituisce all’arte la sua funzione primaria, quella dell’attivazione di tutti i sensi contemporaneamente dove consegna la trasparenza dell’immaterialità e la moltitudine delle sostanze come materiale dello spirito.

Bios, ethos e logos sintetizzano una poetica che altro non è se non un equilibrio costante fra queste tre RADICI dell’essere; equilibrio dinamico, dovuto alla tensione continua tra i tre poli, per evocare  “suoni e odori".  L’opera olistica è insita nel tessuto esistenziale dell’artista, da ciò deriva l’ethos, il respiro corale che anima la ricerca non solo nei caratteri teatrali (come impulso istintivo che riconcilia l’uomo), sovente carichi di un’intensa spiritualità.
L’ambiente si sublima dinamicamente con le opere, in cui abbandonata la dimensione fisica e sciolto il nodo del tempo crea indeterminazione in questa sospensione, che non identificandosi con nessun specifico elemento, conserva l’unica qualità che gli appartenga ossia una materia indifferenziata. In assenza di spazio e tempo far coesistere la “Storia” e le opere in una mutazione simbiotica in cui la luce libera la coscienza dell’ego.

Nell’infinito coesistono allucinati misteri e illusorie alchimie, che alludono al segreto dell’Universo, che mentre implode si espande, la luce che muore taglia gli spazi e le ombre che svaniscono riempiono il tempio, 
L’opera di Dell’Amico ci induce a riflettere sulla rarefatta bellezza del Mondo composto tutto dell’identica materia di cui sono fatti i sogni, per cercare, sospinta da uno sguardo antico, una percezione meno velata, meno ottusa, meno annebbiata dagli auto-inganni quotidiani.


L’artista è archetipo dell’anarchico al di fuori da tutte le definizioni in cui la vera anarchia è la condizione di chi vive in questo assoluto, continuamente creato e ricreato, sganciato da ciò che ha generato la deriva, lo sfrangiamento intellettuale del senso originario. Dell’Amico passa dal mondo della forma a quello della non forma, trascende il proprio Ego d’artista e di uomo sacrificandolo per una dimensione di armonia e unità che abbracciano tutte le cose. La sua anarchia è indefinibile, al di fuori dell’ideologia, è prima delle scelte di forma dell’uomo

L’ipotesi del ribaltamento per recuperare il sé, esce dalle categorie che hanno oscurato il nucleo originario. Allora fare di sé un’opera d’arte ha un senso solo se si distoglie l’attenzione dalle opere, che saranno pure tracce, il residuo che resta di qualcosa che è accaduto altrove, testimonianze di epoche, frammenti, che ricomposti a posteriori lasciano intravedere un disegno che via via si è andato componendo. Così per Dell’Amico le opere sono memorie d’archivio per un evento avvenuto in un altro luogo che non può essere altro che il proprio sé.


Tratto da:

Libro d'artista pubblicato in occasione della mostra tenuta a 
Terni presso il CAOS Centro Arte Opificio Siri, dal 21 settembre al 4 novembre 2012

Foto: Sergio Coppi, Marta Grilli.

4 commenti:

  1. Gentile Simona a cosa ti riferivi? All'opera o al testo? Antonella

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