La realtà oltre lo scatto


Il destino della fotografia sembra ormai segnato. La rivalità con la pittura, nel tentativo di fregiarsi del titolo di regina delle arti, ha innescato un meccanismo inedito e particolare. Mentre il cinema creava la propria autonomia culturale ed economica, la fotografia ha sempre cercato la consacrazione nelle gallerie e nei musei e la propria identità nella forma-quadro. Dopo aver surclassato la pittura sul piano della rappresentazione in forza di un presunto rapporto privilegiato con la “realtà”, il medium fotografico conosce ora un momento di schizofrenia e autoanalisi.
La personale che il Castello di Rivoli dedica al tedesco Thomas Ruff a cura di Carolyn Christov-Bakargiev delinea con precisione i tratti di questa crisi di status. La fotografia non sembra infatti potersi esimere dal riflettere su se stessa, condannata a svilupparsi in forma di metalinguaggio più che come indagine del mondo. E dire che Thomas Ruff fu allievo di Bernd e Hilla Becher, ovvero gli alfieri di un'oggettività seriale e classificatoria. Negli anni dell'apprendistato Ruff conobbe la specificità del medium fotografico lungo la linea che unisce i Becher alle sperimentazioni di inizio '900, come gli atlanti arborei di Karl Blossfeldt e le classificazioni di tipologie umane di August Sander. Naquero così, sul finire degli anni '80, le storiche serie di ritratti di conoscenti ed amici realizzati con gli stessi criteri di freddezza riscontrabili nelle fototessere dei documenti d'identità. Ma l'esposizione di Rivoli si apre nella Manica Lunga del castello con una piccola serie, più recente, in cui la casistica umana è mediata da diversi fattori e non risponde più a criteri di fredda oggettività. Non si tratta infatti di scatti realizzati da Ruff, bensì di ritagli provenienti da trattati di patologia medica, opportunamente trattati con interventi di colore. Ritocchi che svelano da una parte l'insufficienza della riproduzione fotografica in sé, dall'altra l'esigenza di una mediazione umana, di una partecipazione emotiva nei confronti di queste figure toccate dalla malattia.


Ma è l'intero sviluppo dell'esposizione di Ruff che riflette le esigenze della fotografia contemporanea, che poco hanno a che fare con l'invasività del digitale e con l'ansia da photoshop. Sarebbe infatti riduttivo pensare alla recente e fondamentale serie intitolata jpegs (2004) come al definitivo passaggio di consegne fra due tipologie estetiche: l'istantanea fotografica e l'intervento computerizzato ed artificiale, due estremi apparentemente inconciliabili. Anche solo la provenienza di queste immagini (reperite/trafugate in sessioni di navigazione web) rivela la traiettoria di Ruff, sempre più calata in un contesto relazionale e diretta ai margini della “lamina sottilissima” che è in definitiva la fotografia. Lavorando sempre sul limite del mezzo, egli ne mette in discussione la validità estetica e scientifica. Ma non si tratta di ritoccare e manipolare le immagini, bensì di rivelarne l'inganno. In una mostra di fotografia, l'assenza più clamorosa è quella dello scatto, del click all'origine delle immagini, mentre l'intervento digitale è assolutamente secondario rispetto alle altre parti del processo e in particolare rispetto alla selezione. I temi e i soggetti tornano al centro dell'attenzione attraverso una strada obliqua: non più frammenti di realtà, più o meno simbolici ed emozionali, ma ulteriori segni culturali che indicano la realtà solo per approssimazione. Le stelle, ad esempio, la cui luce proviene dal passato, oppure le esplosioni e gli orgasmi come eventi unici ed assolutamente irriproducibili - eppure riprodotti.


Il risultato nega il risultato, perché afferma il processo. La serie più vistosa e pacchiana, quella dei Substrat (2001-2004) non ha valore in quanto immagine, (banali caleidoscopi colorati che richiamano l'estetica acida della summer of love) ma solo in quanto negazione dell'immagine di partenza. Ruff vuole mostrare come sotto la forma compiuta di un manga giapponese regni un caos incontrollabile. Non a caso il passo successivo è proprio quello dei jpegs, che mostra il caos sotto e sopra l'immagine apparente della realtà. Sotto, al livello dei pixels. Sopra, al livello dei soggetti sempre inafferrabili. Questo è Ruff: colui che mostrando la discontinuità delle essenze e dei processi che compongono la realtà, allo stesso tempo dichiara conclusa l'era della fotografia come campo specifico di indagine.

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