Gastone Novelli. I segni sono concreti quanto le immagini (le lettere quanto le parole)



“Morte della forma e non della pittura, che anzi penso stia assumendo in questi tempi la fisionomia di un linguaggio nuovo, più complesso e più umano”, affermava in un'intervista del 1961, quando l'orizzonte internazionale non sembrava più dare scampo all'immagine e invece si profilava la rivoluzione Pop. Lì, nell'interstizio tra l'Informale e la nuova arte della cultura di massa, in quel terreno scavato a mani nude anche dal primo e primitivo Schifano, Novelli scopre un universo linguistico radicale.

 
E' ricordato, con eccesso di semplificazione, come un artista politicizzato e il suo nome è legato alle proteste della Biennale 1968, quella delle tele rovesciate e degli slogan. Tuttavia fu tra i primi a svelare l'ambiguità fascinosa della Pop art, denuncia e celebrazione dei prodotti di consumo ma sostanzialmente "integrazione in un momento preciso della civiltà" che "rischia di operare al livello della scienza liceale". In entrambi i sensi la Pop art appare a Novelli affetta da un eccesso didascalico e scolastico, incapace com'è di trascendere un dato culturale ed un sistema socio-economico di riferimento. Risulta così difficile trovare nelle sue opere tracce di denuncia ed engagement. Novelli opera su di un altro livello, quello di un "linguaggio magico" che a partire dal rinnovamento delle forme, dai residui e dai frammenti di una cultura, trova il suo senso nell'esecuzione stessa. Solo così l'opera risulta extratemporale e slegata da ogni circostanza. La parabola di Pollock, in quegli anni, si è già conclusa tragicamente e con essa pare tramontata la possibilità del rito e del sacro nell'arte: l'astro di Warhol già appare all'orizzonte con la sua scia di bibite gassate e zuppe di fagioli. De Kooning abbandona New York per ritirarsi a Long Island e qui per una stagione si lascia sedurre dal lento riemergere della figura, da quelle Donne ora più sinuose e calde rispetto a dieci anni prima, riconoscibili nel loro essere "natura" e realtà. Novelli invece prende la strada opposta, anche più scomoda rispetto alle soluzioni tentate in precedenza dai totem lirici di Rothko, Mathieu, Hartung. Il segno non diventa icona in Novelli ma prolifera e si decompone, si moltiplica, fonde ed esplode.




Lettere, parole e colori si accumulano come foglie e arbusti nel sottobosco o, fuor di metafora, memi, unità significanti della cultura che si propagano come virus linguistici. Il romanziere premio Nobel Claude Simon,scrivendo proprio di Novelli ricordava che "verso la fine della sua vita Joyce aveva immaginata una tipografia su misura, non potendo credere che lo stesso segno della lettera S, per esempio, potesse servire per scrivere Serpente, Sacrestano, Sirena ecc…". Ed è precisamente a questo che mirava Novelli, lo stesso scopo di chiunque tenti di forgiare nuovi linguaggi: dare nuovo corpi, nuova luce, nuove sfumature e profondità ai significati.
Ma di quali significati si tratta? Non di quelli della psicanalisi, del profondo abisso che si schiude nell'istinto e nell'automatismo. Nè i significati del mondo e degli oggetti ciechi, ottusi e muti. Attraverso "la pratica continua del proprio universo", Novelli cercava il significato delle sue stesse opere e dei suoi stessi gesti. E difatti scrisse: "non farò mai più un quadro nella mia vita ma farò solo avvenimenti, e se saranno troppo grandi, pazienza".


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