I disegni della guerra

Testo di Marta Cereda per la mostra degli studenti dell'Accademia di Brera, presso Circoloquadro (www.circoloquadro.com) fino al 30 giugno.

Davanti al padiglione americano, nella 54esima Biennale d’Arte di Venezia, c’è un carro armato rovesciato, opera di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla. Nel padiglione egiziano è esposto il video di Ahmed Basiony, ucciso durante gli scontri al Cairo il 28 gennaio di quest’anno.



Non si tratta di una coincidenza. Il tema spesso considerato come eccessivamente retorico o demagogico della guerra ha lasciato un segno nella coscienza degli artisti, che hanno riscoperto un’arte impegnata e di denuncia. L’arte, che talora riesce a rendere evidente e ad esprimere ciò che altrove passa inosservato, ha dettato anche alle mani degli studenti di Barbara Nahmad dell’Accademia di Brera una riflessione sulla guerra in Libia, filtrata dalle immagini che la stampa ha diffuso nel mondo per qualche settimana e che ora sono relegate nelle pagine interne dei quotidiani.


Le foto che hanno accompagnato gli articoli dei giornali sono state osservate, ritagliate e rielaborate. Il rischio di un’immagine sempre più familiare, che perde la propria potenza fino a diventare invisibile, è stato scongiurato, perché le fotografie sono state interiorizzate e restituite all’osservatore talora in modo fedele, talora con una reinterpretazione personale dell’artista che rende difficile riconoscere la fonte. Rintracciare l’originale non è, comunque, rilevante.
Possono ricordare qualcos’altro, questi disegni per due motivi, ossia da un lato per il riferimento ad immagini che si sono inevitabilmente già viste, dall’altro per il fatto che non parlano esclusivamente della guerra in Libia, bensì dei conflitti in generale.
Non ha importanza se le opere siano figurative o meno, se i soggetti siano uomini o aerei, cadaveri, missili o cartine geografiche. Mu’ammar Gheddafi non ne è il protagonista assoluto, sul suo volto prevalgono i disegni delle mani di tutti coloro che non avrebbero mai pensato di avere un ritratto: mani alzate, mani giunte, pugni chiusi sull’asta di una bandiera o sul calcio di una pistola.


Seppur alcuni soggetti siano ricorrenti, i disegni si differenziano notevolmente l’uno dall’altro. Sono, però, individuabili delle affinità espressive, legate all’area geografica di provenienza degli artisti la cui cultura ha condizionato inevitabilmente la percezione del conflitto in Libia.
Così, tra gli iraniani la componente non figurativa è dominante: rigore geometrico, precisione, pulizia formale ed equilibrio compositivo sono evidenti. La maestria nell’accostare linee curve e spezzate, spazi pieni e vuoti per trasmettere sensazioni differenti emerge anche nel momento in cui sono chiamati a confrontarsi con il riferimento al reale, che diventa un mero spunto, un alone, quasi il ricordo di un sogno, da cui si trattengono solo gli stati d’animo.
Le artiste che provengono dalla Cina hanno la capacità di conferire un tocco pop al tema tragico della guerra. Le persone ritratte, nella maggior parte dei casi, hanno poco di accademico e divengono, in qualche modo, personaggi.
Non ci sono colori nei lavori degli studenti di Brera. Il rosso del sangue non serve, Guernica insegna. La potenza del bianco e nero riesce a decontestualizzare l’immagine, privandola dei legami con la contingenza e donandole maggior valore, quasi assolutizzandola.
Sono superflui i tratti marcati ed i gesti inconsulti, per descrivere la drammaticità del tema. Molte delle opere, infatti, sono accomunate da linee sottili e composizioni equilibrate. L’apparente leggerezza formale non implica, però, una superficialità di analisi o di contenuto. La compostezza dei cadaveri a terra ricorda la bella morte degli eroi omerici, i punti sulla carta richiamano la sutura delle ferite, il filo spinato rimanda al gomitolo del conflitto, da cui pare impossibile districarsi.


Il rumore della guerra lo conosce solo chi l’ha vissuta. È la cosa che segna di più, dicono. L’alternanza di silenzio assoluto e suoni assordanti, scoppi, sirene, fischi e urla. Gemiti e lamenti, poche parole, che rimangono nei ricordi di chi sopravvive, che anni dopo fanno sussultare allo scoppio di un palloncino.
Nelle immagini che raccontano la guerra il rumore sembra non esserci. Ci sono, però, le bocche spalancate di vivi e di morti, di soldati, di donne e di bambini. Fateci caso e provate ad ascoltare ciò che quelle labbra cercano di dire.



Immagini:

Elena Grossi
David Pacheco
Judith Annoni
Marco Torosani


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