Frenologia della vanitas. Anteprima per Il Grande Vetro



L'anteprima che segue è tratta dall’introduzione del libro Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive scritto da Alberto Zanchetta per la casa editrice Johan & Levi.

La Storia dell’arte non è solo una storia delle immagini ma anche, e soprattutto, una storia dello sguardo. Nelle arti visive esiste una provocazione rivolta a colui che guarda e viene a sua volta osservato: è l’effigie del teschio, che con le sue vuote fosse orbitali ci fissa e non smette di ammonirci dall’oltretomba. 
Pur incutendo una certa soggezione, il suo sguardo è universale, primigenio, e ha la facoltà di svelare la realtà “ultima e prima”, unendo il mondo di quaggiù con quello di lassù. Lungi dal voler urtare la sensibilità e il buon gusto, il teschio non è una scheggia strappata al passato, bensì una scheggia conficcata nell’eterno presente: volto plurisecolare che ha saputo disfarsi della carne, così come si farebbe con una maschera che cela la sostanza dell’uomo. In esso vediamo venire meno l’identità ma non l’unità, perché l’integrità del corpo scheletrico è «riassunta nel teschio, una volta disperse le altre ossa». Ben più che una semplice terminazione del corpo ossuto, il cranio umano è una vera e propria monade, una reliquia antica quanto l’infanzia dell’uomo. Bisognerebbe dunque risalire all’origine stessa della vita per introdurre i temi di questo libro.

La genesi di “Frenologia della vanitas” risale agli anni in cui ero un semplice studente dell’Accademia di Belle Arti. A quei tempi alternavo le visite nelle pinacoteche a quelle nei musei di anatomia comparata, frequentavo i cimiteri monumentali e transitavo dai musei archeologici verso quelli d’arte contemporanea. In questo disinvolto e curioso vagabondare, lo sguardo si soffermava spesso sull’emblema del teschio, dapprima in modo passivo, in seguito ricercandolo con sistematicità. 



A quei tempi ero solito lamentarmi per la scarsa persistenza dei motivi macabri nell’iconografica più recente, ma, a dispetto delle mie iniziali – e ormai datate – supposizioni, nella prima decade del Terzo millennio il mio disinganno si è alquanto mitigato. Proprio per questo motivo ho deciso di rimettere mano ai vecchi appunti nel tentativo di ripercorrere le vicissitudini cui il teschio è stato sottoposto negli ultimi anni, sia per comprenderne più a fondo il significato sia per cercare di capire quale fosse il destino che l’attende.
Nella sua perpetua trasformazione, il teschio mi ha obbligato a riflettere sul senso della vita, e più precisamente sul “senso della morte”. La morte è uno dei topoi più frequentati dall’uomo, è una preoccupazione culturale e universale che dalla preistoria attraversa i secoli. Principium unitatis che potremmo spiegare con le parole di Mark Rothko: «tutta l’arte è in rapporto con la morte». Ma per verificare quali siano le costanti o le evoluzione incorse all’emblema del teschio, si rende qui necessaria una breve prolusione. Da un punto di vista iconologico, tutto ha inizio nel Medioevo, epoca in cui le rappresentazioni di corpi avvizziti o in disfacimento irretivano i viventi, ponendoli di fronte all’angoscia dell’aldilà. Il Cinquecento ha quindi traghettato i “corpi secchi” verso il seicentesco apogeo della vanitas; tuttavia, è proprio sul finire del secolo che comincia a ridursi l’afflato macabro. Quando nel Settecento sembrava che l’arte si fosse completamente affrancata dalle ossa dei morti, ecco che nel XIX secolo sopravviene una sporadica ripresa dei sottogeneri connessi al memento mori. Ben lungi dall’aver perso o esaurito la propria carica dirompente, i teschi riacquistano buona parte del loro officio grazie all’avvento del Novecento, ma è soprattutto sul volgere del nuovo millennio che assistiamo al vertiginoso incremento demografico delle teste di morto e dei loro scheletri.


Più onnipresenti che onniscienti, le teste di morto hanno ripreso a vessare e vezzeggiare le arti visive, prolungando le loro sembianze con un nutrito ventaglio di possibilità. Rimestando il sacro nel profano, il rituale della messa a morte è stato dissepolto dall’immaginario collettivo con tanta e tale enfasi da falsarne la genealogia. A causa delle vicissitudini storiche, il teschio corre il rischio di perdere o confondere la sua funzione teologica per diventare un simbolo accessorio, modificando così il nostro stile di vita in uno “stile di morte”. Ciò che una volta conservava la vita, e che a essa rimandava inequivocabilmente, sembra ora inerte, quasi inerme, impossibilitato ad arrecare dolore o a imporre una morale. Suo malgrado, il teschio è diventato un oggetto devitalizzato? È forse stato fossilizzato e privato d’ogni facoltà o qualità?

Frenologia della vanitas
Il teschio nelle arti visive
Autore: Alberto Zanchetta
Editore: Johan e Levi
Pagine: 416
Prezzo: euro 33,00

1 commento:

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