Aron Demetz. Il Radicante

Nell'opera di Aron Demetz il tema della figura umana e la comprensione profonda della materia scultorea valgono come chiavi d'accesso ad un linguaggio universale che scardina l'aut aut fra localismo e globalizzazione, fra tradizione e contemporaneità.

Il linguaggio del Radicante, secondo la definizione del critico francese Nicolas Bourriaud, nasce ibrido perché si evolve e si proietta all'esterno mentre le radici crescono in profondità. Il Radicante è un organismo mutevole, che ha un rapporto dinamico ma non conflittuale con la memoria e la progettualità e che si pone come terza via fra le opposte retoriche del genius loci e della standardizzazione globale. Nel nuovo millennio vale per Demetz ciò che vale per Bourriaud: occorre superare i modelli della conoscenza basati su gerarchia, tradizione e linearità (come nella metafora millenaria dell'albero) o al contrario su indeterminazione, innovazione, relativismo (come nel rizoma di Deleuze). Il Radicante mette in gioco la sua identità senza rinunciarvi, si muove fra zoom-in e zoom-out, flashback e flashforward, fra l'origine storicamente determinata e il destino aperto alla contaminazione. Così gli echi della tradizione scultorea lignea delle Alpi si rispecchiano nelle inquietudini più attuali dell'uomo digitale e si definiscono in forme espressive uniche, urgenti, universali.


Homo Erectus 

   Tre figure umane, completamente nude ed accovacciate a terra. La quarta, un neonato di commovente fragilità, si aggrappa alla schiena della donna in una posa assolutamente innocente e vulnerabile. Il titolo della composizione, così come l'atteggiamento circospetto, la postura e la nudità, suggeriscono uno status selvatico, ancestrale, in ogni caso anteriore all'era della tecnica. Allo stesso tempo i corpi affusolati ed eleganti rispettano i canoni contemporanei della bellezza, come se dei mannequins precipitassero dalle passerelle dell'alta moda in uno scenario primordiale o post-apocalittico. Gli elementi descrittivi entrano in conflitto poiché privano la scena di coordinate spazio-temporali definite e creano così un cortocircuito nella percezione e nell'interpretazione del gruppo scultoreo. E' la possibilità di un nuovo inizio dell'umanità, la visione utopica di un Eden che riparte dal nucleo familiare e tribale con l'obiettivo di esplorare l'ambiente circostante, alla ricerca di condizioni sicure e adatte a preservare la nuova vita. Legame, nutrimento e cura, antidoti per l'atrofizzata civiltà contemporanea.



I Radicanti

   La forza purificatrice del fuoco elimina ciò che non è essenziale e rivela la struttura fondamentale delle forme. Una particolare specie di alchimia che dal legno passando per il carbone conduce al bronzo: sostanza in sé levigata ma scabrosa nel riprodurre gli accidenti della combustione, in una mimesi talmente illusoria da rendere indistinguibile il materiale a distanza.
  La silhouette di una donna consunta, Cinderella, è colta nell'attimo fugace di un gesto che avvicina la mano destra al petto, in segno di raccoglimento e preghiera dolente. La fisicità sinuosa e insieme solenne richiama i modelli delle korai in stile attico e ionico ma il denso gesto espressivo si può far risalire ancora più indietro nella cronologia della scultura arcaica, su fino all'enigmatica Dama di Auxerre del VII secolo a. C.. Heimat, termine tedesco intraducibile che denota il luogo d'origine e degli affetti, è l'imponente bronzo che si sviluppa in verticale collegando le radici di un albero con una figura androgina privata del cuore come tradizionale centro simbolico delle emozioni. La tragedia dell'univocità è una composizione in due parti: una figura maschile frontale e, al suo fianco, una piccola architettura che si pone in continuità con il concetto di heimat.
   La radice e la casa caratterizzano l'esile traccia di una narrazione, la ricerca del luogo d'origine e dello spazio vitale in cui l'umanità possa trovare fondamento e rifugio, nelle parole dell'artista "uno status inequivocabile e chiaro" dove si annullano le incertezze ed i conflitti delle opinioni. Amara ironia: questo luogo è l'origine e la fine, vita e morte, un istante cristallizzato da un gesto irripetibile compiuto dall'artista-demiurgo. Come le donne e gli uomini di Pompei, questa dolente umanità è fissata in un attimo eterno e consegnata allo sguardo impudico della storia; cerca rifugio, una salvezza o una compassione che il destino e il gesto ineluttabile dell'artista non possono concedere.



Resine

   Spartiacque dell'intera produzione artistica di Demetz, questa serie di sculture in legno e resina di pino abbraccia un ampio arco temporale ed un eterogeneo spettro di significative variazioni formali. Dal 2007 ad oggi il confronto serrato di Demetz con le materie metamorfiche del legno e della resina hanno prodotto una varietà di risultati accomunati da un'intensità espressiva senza precedenti. Iconiche rappresentazioni di un'umanità ferita eppure solenne, le Resine sono ormai di diritto entrate a far parte dell'immaginario visivo condiviso e si pongono come punto di confronto ineludibile per chiunque affronti il tema antropologico nell'ambito dell'arte contemporanea italiana.
   Sotto il nome di Resine si raccolgono differenti tipologie operative: da un lato il colpo netto, violento, che ferisce e affonda nella "carne" del legno, che abbandona la figura alla spigolosa e frammentaria dimensione dell'incompleto e del provvisorio. Dall'altro lato, anatomie levigate con cura, forme armoniche ed aggraziate ma non per questo meno inquietanti nel loro muto interrogare lo sguardo dello spettatore. Ciò che invece è sempre definito con precisione è l'occhio opaco, perso nella visione del proprio creatore e carnefice che idealmente si pone di fronte ad ogni figura; nella vacuità liquida degli occhi si riflette lo smarrimento esistenziale di una civiltà che ha perso radici e prospettive, che porta in sé e su di sé le ferite della storia privata e collettiva.
   Nel processo materiale e simbolico la resina svolge un ruolo fondamentale: l'artista cerca e raccoglie pazientemente la sostanza dalle cortecce - in un atto performativo che richiama le celebri derive rituali di Richard Long - per poi scioglierla e applicarla sul legno con colature, strati e coaguli in funzione di precise scelte espressive. Talvolta esplode e sgorga come da ferite insanabili, dagli occhi, dal volto, dai centri focali della sessualità. Oppure ricopre l'intera figura, come naturale protezione e cura della fragilità umana. Così come gli alberi secernono resina per ricostruire parti danneggiate della corteccia, Demetz cura le ferite che egli stesso ha inferto, come a sottolineare un ambiguo legame di odio e amore nei confronti delle sue creature.



Scansioni

   In questa recente sequenza di lavori convergono diverse istanze maturate nel corso della carriera dell'artista. Le dialettiche fra concetto e manualità, arte e artigianato, civiltà e natura si trovano riassunte e ulteriormente indagate in questi lavori che, per impostazione formale, recuperano nuovamente i modelli arcaici dei kouroi greci. La frontalità assoluta acquista un carattere sempre  più metafisico e alieno, in virtù del peculiare modus operandi: a partire da un modello in carne e ossa una scansione digitale tridimensionale memorizza i volumi, in un processo di astrazione che riduce le differenze specifiche dell'umano ad una sorta di androide futuribile. Demetz imposta le istruzioni per la fase successiva, scegliendo gli effetti di texture da applicare sulla pelle-superficie e programmando un braccio robotico che esegue il lavoro scultoreo direttamente sul tronco vivo. L'artista nega così il rapporto fisico con la materia, il virtuosismo ed il tocco della mano libera e dello scalpello, l'emotività e l'empatia col soggetto; nel cuore dell'arte e dell'uomo si instaura la fredda e precisa tecnica, quel paradigma della modernità che è insieme utopia e minaccia, purificazione e asetticità. Ma Demetz si riserva un ultimo margine di manovra, un avamposto della creatività illogica e sublime dell'uomo: in alcune sculture il processo di rifinitura si interrompe, parti della figura non risultano completamente levigate o addirittura rimangono coperte dalla fitta peluria della "barba". L'uomo si fa portatore dell'anomalia creativa, di quel  fattore imponderabile che la macchina non può attingere e che coincide con l'anima stessa dell'arte. Le tre sculture in legno di tiglio, parzialmente ricoperte di lembi, strisce e impurità del legno, accennano ad una proliferazione biologica che contamina. Natura come non-finito del concetto, come porzione indeterminata di una mondo che solo a tratti manifesta intellegibilità. Dove finisce il pensiero, che calcola, riduce e approssima, comincia la sfera naturale dell'imprevedibile e dell'entropia. Le due Pholiota portano invece le tracce di un'attività parassitaria, funghi, escrescenze che l'artista applica e modella con resine e siliconi sulla struttura meccanica in legno di acero. La forma, per assumere lo statuto di arte ed assolvere alle sue funzioni espressive e linguistiche che trascendono la materia, deve sporcarsi con il caos e corrompere la perfezione digitale: solo così può assumere valore per lo sguardo e la mente, rispecchiando l'ambiguità interiore fra caos ed ordine che ci rende umani.



Aron Demetz. Il Radicante

a cura di Davide W. Pairone

Dal 27 giugno al 30 agosto 2012
La Pelanda, Centro di Produzione Culturale dell’Ex Mattatoio 
in collaborazione con MACRO - Museo Arte Contemporanea Roma
Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
Press preview: 27 giugno 2012, ore 11.30
Inaugurazione: 27 giugno 2012, ore 18.00
Ingresso libero



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